La Gambalunga racconta: Alessandro Gambalunga

10 Agosto 2022

Alessandro Gambalunga uomo di intensa fede e devozione religiosa, ma di spirito altrettanto libero è stato sempre consapevole che la cultura dovesse essere un bene da diffondere e da amare, senza limite o differenze tra gli uomini. Per la rubrica la Gambalunga racconta si propone un breve racconto della Rimini dei tempi di Alessandro che metterà ancora più in evidenza la sua lungimiranza.

Alessandro Gambalunga nasce a Rimini il 14 marzo 1564 da Giulio Gambalunga, ricco commerciante, figlio di un maestro muratore lombardo passato alla mercatura, e della sua terza moglie Armellina Pancrazi.

Ai tempi di Alessandro Rimini era una piccola cittadina di provincia che contava al censimento del 1595, effettuato dal vescovo Cesare Salicini, 10.000 abitanti in città. La scolarizzazione era com'è noto molto bassa, il Comune assicurava il funzionamento, oltre che di scuole inferiori, di una scuola di Umanità e di Istituzioni giuridiche che possiamo paragonare al nostro insegnamento liceale, (forniva un insegnamento propedeutico alla laurea in utroque jure, sia abilitante e sufficiente al Notariato); queste scuole tra tardo Cinquecento e, Seicento furono a più riprese affidate alla Compagnia di Gesù che dopo la definitiva rinuncia alla reggenza delle scuole del Comune, espletarono la loro missione educativa esclusivamente nel proprio accreditato collegio che funzionò fino alla soppressione di Papa Ganganelli.

Anche il Seminario diocesano, eretto nel Cinquecento in esecuzione dei decreti conciliari tridentini, oltre ad assicurare la formazione del clero educò un certo numero di giovani laici. Accanto a queste che si posso definire le istituzioni “pubbliche” di gran lunga più importanti vanno tenute presenti le scuole che diverse corporazioni religiose avevano a Rimini e che, se pur in misura minore rispetto al Seminario, assicuravano qualche compito di supplenza nel campo della pubblica istruzione, principalmente i minimi di San Francesco di Paola (Paolotti) e I Servi di Maria, che accanto alle discipline teologiche e religiose, fino al Settecento inoltrato si distinsero in modo particolare per l’insegnamento della matematica. Non ci vuole molta fantasia per capire che l’accesso a queste scuole era principalmente riservato alla nobiltà locale, e solo in misura minore a una piccola borghesia di artieri.

La nobiltà riminese, costituita da cento casate, a causa della limitatezza del territorio agrario riminese, soffriva di una certa inconsistenza di mezzi patrimoniali ed economici, ne sia prova il fatto che Alessandro Gambalunga, che grazie al possesso del più solido patrimonio locale si comprò un titolo nobiliare, poteva contare su una vistosa liquidità finanziaria ma per quanto riguarda la proprieà agraria superò solo di poco la consistenza di un migliaio di tornature riminese, distribuite in quattordici possessioni, pari a circa 312 ettari, non moltissimi se paragonati ai patrimoni latifondiari magnatizi delle vicine città di pianura romagnole. La descrizione sommaria del suo giro d’affari, presente nell’inventario post mortem fatto redigere dall’amministratore Moretti, ci racconta che era basato principalmente sul commercio del ferro, del legname e dei laterizi (possedeva anche una fornace in una villa nella zona delle Celle), aveva allevamenti di bestiame specialmente equini e campi coltivati, i cui raccolti erano venduti prevalentemente nel ducato di Urbino. Gambalunga possedeva inoltre due due case, il palazzo che oggi ospita la Biblioteca , e nel contado e barigellato della città altre dodici proprietà distribuite tra San Giovanni in Marignano e San Mauro.

Per I nobili riminesi, gli studi, specie quelli di natura giuridica, rappresentavano talvolta un necessario requisito per accedere alle magistrature giudiziarie e luogotenenziali dello Stato pontificio, che assicuravano un decoroso sostentamento e prestigio sociale.

Alessandro nel 1583 si laurea in utroque (diritto civile e diritto canonico) all’Università di Bologna, ma non userà mai le sue competenze per ricoprire incarichi pubblici, ma per fregiarsi di un regolare cursus studiorum; nel 1592 sposa Raffaella Diotallevi appartenente ad una delle famiglie nobili più antiche di Rimini.

Gambalunga sceglie di confezionare un proprio stemma araldico, diverso da quello del padre. Nel Seicento erano sempre disponibili stemmi in bianco, in tela, in tavola o in pietra, di vario formato e di vario carattere, in genere eseguiti e rifiniti limitatamente alle parti generiche, cioè allo sfondo e all’apparato decorativo, di contorno. Il cliente poteva scegliere la targa che gli era più gradita e far dipingere o scolpire in un tempo abbastanza breve nello scudo araldico vuoto il suo stemma, secondo un modello da lui fornito. Così fa Alessandro, sceglie una tela preparata per contenere il blasone di un nobile conte-guerriero, e vi fa dipingere uno stemma parlante di sua invenzione: una gamba destra nuda, che richiama immediatamente il nome della famiglia, interamente d’oro che è il più nobile dei metalli araldici e simboleggia la ricchezza, di cui in effetti era abbondantemente fornito; su uno sfondo azzurro, che è il più nobile dei colori araldici e il più ricco di significati, attraversato da una banda rossa che porta ai due capi un crescente lunare, simbolo della fortezza d’animo, e una stella cometa, simbolo di rapida ascesa delle fortune familiari e anche di virtù superiori.

Nel 1614 termina la costruzione di palazzo Gambalunga; abbiamo notizie di arredi lussuosi in ogni camere di palazzo Gambalunga, con apparati di cuoi dipinti e dorati, arazzi, broccati e dipinti, I mobili, le argenterie e i servizi di maiolica erano marcati con gli stemmi dei Gambaluna e dei Diotallevi. Nello studio di Alessandro si trovavano un ritratto del padre Giulio, una delle tre o quattro Veneri nude che gli inventari ricordano esistenti nel palazzo e nelle case di campagna e una piccola Annunziata di Tiziano.

Palazzo Gambalunga, è stato il punto di incontro di un gruppo di scrittori, artisti e dotti locali, a cui Alessandro riservava favori e protezione. Il fondatore della Biblioteca pubblica riminese in tutta la sua vita ricevette poche dediche di opere a stampa, tuttavia sempre redatte in termini non formali ma di riconoscenza sincera, e accompagnate da attestazioni così specifiche sul suo ruolo di mecenate degli studi, da renderci sicuri che la sua azione di promotore culturale fu assai più estesa di quanto non appaia, e che la scarsità di riscontri in tal senso la si deve al carattere riservato del personaggio che avrà limitato queste pubbliche attestazioni.

I circa 1400 volumi che componevano la sua libreria furono acquistati perlopiù sulla ben fornita piazza di Venezia, trasportati a Rimini via mare, ne era liberalmente consentita la consultazione anche quando Gambalunga era ancora in vita.

Nel 1617, nel testamento rogato a Pesaro dal notaio Simone Rossi, Alessandro Gambalunga stabilirà per il futuro e disciplinerà puntigliosamente l'uso pubblico della sua biblioteca. Dopo aver premesso che non sarebbe stata, questa, proprietà riservata dell'auspicato (e mancato) «herede», ma aperta, per l'appunto, «a tutti li altri della città che volessero per tempo nelle [...] stanze di detta mia casa andarsene a servire», il Gambalunga la dotava di 300 scudi annui per l'incremento, la legatura e il restauro dei libri e di 50 scudi per lo stipendio del bibliotecario, «persona di lettere idonea et atta», la cui nomina era affidata all'«Illustrissimo Magistrato di Rimino», ossia ai consoli.

Al bibliotecario era fatto obbligo di assicurare l'apertura quotidiana della libreria, «in un'hora a lui et alli altri commoda», e di fornire assistenza e ogni «commodità» a quanti desiderassero «venire [a] vedere qualche cosa». Allo stesso era delegata la responsabilità di decidere quali libri acquistare e come organizzarne la consultazione. A nessuno, neppure all'erede, era permesso di distogliere il bibliotecario, «sotto qualsivoglia pretesto», dai suoi doveri, o di limitarne i compiti.

La ferrea e minuziosa regolamentazione della gestione della biblioteca non riflette solo la comprensibile preoccupazione del Gambalunga di conservare integra l'amata raccolta, ma innanzi tutto vuol garantire la continuità dell'uso pubblico, sottraendola all'ingerenza di eredi disamorati e all'incuria di magistrati distratti, e facendo del bibliotecario il custode e il garante del «publico comodo, utile et honore». Anche la scelta dei libri sembra finalizzata, oltre che a soddisfare gli interessi di un uomo colto e intellettualmente curioso, ad un uso collettivo della biblioteca: ai testi di diritto - specializzazione disciplinare, di Gambalunga - si affiancano infatti i classici greci e latini (con una particolare predilezione per Cicerone), autori italiani, gli storici antichi e moderni, le relazioni dei viaggiatori, i trattati di grammatica, poetica e retorica, i manuali di teologia e devozione, gli scritti scientifici, soprattutto di medicina e astronomia.

 

 

 

Le notizie riportate sono tratte:

 

Seicento inquieto: arte e cultura a Rimini, a cura di Angelo Mazza, Pier Giorgio Pasini

Maria Teresa Fattori, La Chiesa riminese, la riforma tridentina e la sua recezione: secc. 16.-18

L'impresa ritrovata: lo stemma dipinto di Alessandro Gambalunga: scritti in occasione del restauro

La biblioteca di Rimini : passato, presente e futuro della Biblioteca civica Gambalunga, a cura di Paola Delbianco

La Biblioteca Civica Gambalunga, a cura di Piero Meldini.

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