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Silvano Cardellini "Cominciò raccontando una partita in piazza (intervista a Sergio Zavoli)"

Silvano Cardellini "Cominciò raccontando una partita in piazza (intervista a Sergio Zavoli)"

Con questo articolo si conclude il viaggio nella scrittura di Silvano Cardellini.
L'articolo che proponiamo oggi fu pubblicato nel 1980 in occasione della nomina di Sergio Zavoli alla presidenza della Rai. Ma, come spesso accade nella scrittura di Cardellini, la notizia è solo il punto di partenza.
Più che raccontare un incarico prestigioso, il giornalista ripercorre il percorso umano e professionale di uno dei protagonisti della cultura e dell'informazione italiana del Novecento. Dalla Rimini del dopoguerra alle grandi esperienze della radio e della televisione, emerge il ritratto di un uomo che, pur avendo raggiunto una dimensione nazionale e internazionale, non ha mai reciso il legame con la propria terra.
Cardellini segue questo percorso con partecipazione e precisione, alternando ricordi, episodi e testimonianze. Ne nasce un racconto che restituisce non solo la figura di Zavoli, ma anche il clima culturale di una città capace di esprimere personalità destinate a lasciare un segno ben oltre i propri confini.
È una delle qualità più riconoscibili della sua scrittura: la capacità di raccontare le persone senza trasformarle in monumenti, mantenendo sempre al centro le esperienze, le relazioni e i luoghi che ne hanno formato l'identità.
Riletto oggi, questo articolo è insieme il ritratto di Sergio Zavoli e uno spaccato della Rimini che ne accompagnò gli inizi, vista attraverso lo sguardo di un cronista che conosceva profondamente la storia e i protagonisti della sua comunità.

 

L’articolo fa parte della selezione di otto post proposta dalla Biblioteca Gambalunga nell'ambito della campagna "Rimini, una botta d'orgoglio", promossa dal Comune di Rimini per ricordare, a vent'anni dalla scomparsa, una delle voci più autorevoli del giornalismo riminese.

Buona lettura.


 

Cominciò raccontando una partita in piazza
(Intervista a Sergio Zavoli)
Da ieri mattina Sergio Zavoli è il presidente della Rai-Tv. È arrivato al vertice dell’ente partendo — come si suol dire — dalla gavetta, o meglio ancora, da una piazza. Si tratta della centralissima piazza Cavour di Rimini, ma piazza che più di ogni altra esemplifica storicamente, nel bene e nel male, le vicende della città.
A Rimini, Sergio Zavoli arrivava a 6 anni (è nato a Ravenna nel settembre del 1923 «dalle mani — racconta — di una levatrice che ha bollito il suo armamentario dentro la pentola dei cappelletti; mio padre sturò ventitré bottiglie di Sangiovese mettendo a rumore mezzo quartiere...» per lasciarla a 29. Sull’Adriatico e fra i borghi locali, Zavoli trascorre l’infanzia in una casetta della zona mare che il padre adibisce anche a pensione. Con la guerra si trasferisce a San Marino. Quando scende dal Titano trova — ricorda — «una città non più alta d’un metro». È in questo squallore che lui, Glauco Cosmi, oggi assessore comunale, e Luigi Pagliarani, oggi psicologo sociale, pensano di organizzare un comitato per invitare i riminesi a dimenticare e ricominciare.
All’appuntamento ci sono 13 orchestrali e 6 spettatori. È una provocazione alla quale Pagliarani vuole replicare pesantemente facendo uso di un megafono. Zavoli razionalizza l’idea: prendiamo un microfono, un paio di altoparlanti e parliamo alla città. Dall’idea alla realizzazione. Gli altoparlanti vengono fissati in piazza Cavour. Nasce le «Voci della città», un giornale parlato che dà appuntamento ogni giorno ai riminesi. La sigla musicale è un valzer di Strauss. Si parte un sabato pomeriggio.
«Qui le voci della città», pronunciato da Zavoli, dà il via alle trasmissioni.
Intanto, allo stadio, il Rimini va fortissimo. Prende corpo l’idea di dare in diretta le trasferte della squadra. La prima partita trasmessa è Ravenna-Rimini: al microfono, Sergio Zavoli sostituisce Cosmi che non ci vede bene. Piazza Cavour è piena di gente che si entusiasma alla descrizione delle prodigiose parate del portiere riminese Giorgio Ghezzi. Nella stessa piazza capita di passaggio l’ing. Civello di Rai Bologna. Quella voce, quel modo di raccontare gli piacciono. Zavoli viene convocato per un provino. Incide su bobina la radiocronaca di Bologna-Lazio. La bobina parte per Roma e Zavoli, dopo qualche mese, la raggiunge.
In viaggio, scrive sul quaderno della sentimentalità una poesia, una delle tante o poche — non si sa — che tiene nel cassetto:
«Mia città che lasciai con un arco di fuochi — accesi dagli amici sotto vento — per scaldare le mura...».
A Roma, Zavoli si presenta al direttore del giornale-radio Picone Stella. Comincia la carriera di Zavoli. La radio lo porta dovunque e perfino in un monastero di clausura per un servizio che gli frutterà un «Premio Italia». Con Cesare Zavattini inaugura un nuovo linguaggio radiofonico. Poi, con l’avvento della Tv, la voce inconfondibile di Zavoli acquista un volto. Il suo primo documentario è «Rommel, un caso di coscienza». Molti altri, trasmessi in tutto il mondo, lo seguiranno. È il giornalista delle interviste difficili a chi conta. Arrivano altri premi: un secondo «Italia», quello «Marconi», il «Salsomaggiore», quello per la critica a Cannes. Negli ultimi tempi Zavoli smette di girare il mondo e diventa condirettore del Telegiornale, poi, con la riforma della Rai-Tv, passa alla direzione del Gr1 tenuta fino a ieri.
Lasciato il microfono (il suo massimo successo popolare è stato «Il processo alla tappa» del Giro d’Italia) è passato alla penna. Ha scritto libri densi di riflessioni (da «Viaggio intorno all’uomo» premio «Campione» ‘70 – al più recente «Tre volte vent’anni», secondo classificato al «Bancarella» dello scorso anno). Pur giornalista girovago, Zavoli ha un solido repertorio provinciale. Sbarcato per la prima volta a New York i colleghi lo portarono a vedere Broadway. «Mi sembra Rimini d’estate», fu la risposta.
Alimenta continuamente questo amore per la sua città. Ieri per prima cosa, dopo l’elezione, ha chiesto all’ufficio stampa della Rai di sottolineare nella biografia ufficiale che è sì «nato a Ravenna, ma cresciuto a Rimini di cui è cittadino onorario».
Da piazza Cavour alla presidenza della Rai. «È una storia americana», annota. Riuscire a parlargli, ora, è difficile. Soprattutto a lungo.
Come ci si trova al vertice di un ente così grande quando discusso?
«Ho ricordato questa mattina — dice — in consiglio di amministrazione un verso di Apollinaire: “L’incredulità non ha genio”. Sono un ottimista. Tuttavia, vengo dalla cultura del dubbio e quindi ho costantemente presente la misura sempre relativa delle cose».
A cosa si ispirerà il presidente della Rai nella sua azione quotidiana dopo aver lasciato la professione attiva?
«Nella professione del giornalista si assume un bagaglio di nozioni, attenzioni, sensibilità poi spendibile in qualsiasi momento della vita. È l’unico capitale che ho. A ciò che esso esprime mi propongo di rimanere coerente».
— Ci sono grandi problemi: la riforma, la terza rete, ecc.
La risposta immediata non c’è, è presto. Risponde: «Lo dico in tutta umiltà: ho scoperto che la professione del giornalista, che passa attraverso tutto, che è la più nutriente da un punto di vista culturale ed umano, finisce per farti scoprire in quale funzione situazione ci si possa trovare, proprio per la dinamica stessa del mestiere fatto, certe cose le hai già capite».
Già questa sera il neo presidente della Rai vorrebbe essere a Rimini per festeggiare allo stadio la promozione della sua squadra in B.
«Farò di tutto per permettermi un salto a casa». È giusto: la carriera, del resto, è cominciata con la radiocronaca di Rimini-Ravenna in un anno in cui i biancorossi furono promossi alla categoria superiore. È a dir poco un ritorno alle origini».


Silvano Cardellini
(Il Resto del Carlino, 13 giugno 1980)

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