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Silvano Cardellini "Con il «riminista» Pasquini è morto un romagnolo vero"

Prosegue il viaggio nella scrittura di Silvano Cardellini.
L'articolo che proponiamo oggi fu pubblicato nel marzo del 1977 in occasione della scomparsa di Luigi Pasquini, scrittore, giornalista, pittore e protagonista della vita culturale romagnola del Novecento.
Più che un ricordo, è un ritratto. Cardellini ricostruisce la figura di Pasquini attraverso le amicizie, le collaborazioni, i luoghi e le esperienze che ne hanno segnato il percorso umano e intellettuale. Ne emerge il profilo di un uomo profondamente legato alla propria terra e, insieme, capace di dialogare con protagonisti della cultura italiana del suo tempo.
Nelle parole dedicate a Pasquini si ritrova una qualità caratteristica della scrittura di Cardellini: la capacità di raccontare una persona raccontando, allo stesso tempo, una comunità. Dietro la vicenda individuale affiorano infatti la storia culturale di Rimini, la Romagna dei giornalisti, degli scrittori e degli artisti, la rete di relazioni che ha contribuito a costruire l'identità del territorio.
Riletto oggi, questo articolo restituisce non soltanto il ricordo di una figura importante, ma anche il valore che Cardellini attribuiva alla memoria e alla trasmissione delle esperienze, delle idee e delle storie che tengono insieme una comunità.
Un omaggio affettuoso e misurato, nel quale il cronista lascia spazio alla profondità dello sguardo umano.


L’articolo fa parte della selezione di otto post proposta dalla Biblioteca Gambalunga nell'ambito della campagna "Rimini, una botta d'orgoglio", promossa dal Comune di Rimini per ricordare, a vent'anni dalla scomparsa, una delle voci più autorevoli del giornalismo riminese.
Buona lettura.

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Con il «riminista» Pasquini è morto un romagnolo vero
Amò tanto la sua terra - Scrisse di lui Sergio Zavoli: «Ha l'originalità e la universalità di una intera regione» - Oggi a Rimini i funerali


RIMINI, 21 — È morto ieri pomeriggio alle 17,30 il nostro vecchio e valoroso collaboratore Luigi Pasquini. Scrittore, giornalista, acquarellista di grande valore, aveva 80 anni. Lascia la moglie Felicina Perilli. Fino all'ultimo (è spirato serenamente nel sonno per un attacco cardiaco) ha scritto e lavorato con straordinaria lucidità e passione.
Il granatiere di Sardegna non c'è più. E con lui lo scrittore, il giornalista, il polemista (Piero Ottone, direttore del «Corriere» ne sa qualcosa per via di una vivace vertenza epistolare), l'acquarellista. Ma soprattutto non c'è più un punto di riferimento. Scriveva Sergio Zavoli: «C'è un fatto pubblico, un personaggio, una pietra, a Rimini, che non abbia fatto o non debba fare i conti con lui? Luigi Pasquini e la sua città sono la stessa cosa, l'uno sta all'altro come il banco alla perla. Ma questa è solo la sua dimensione municipale, questo è solo il suo proprio, irripetibile “riminismo”. C'è poi un altro Pasquini, cioè la somma affettuosamente compiuta di quei fatti del costume e della letteratura che hanno segnato l'originalità e l'universalità di una intera regione: lo sguardo arguto di Panzini per questa nostra isola umana la più testarda e libera, la più chiusa e aperta che si conosca; la trama dei sentimenti, mite e forte, di Moretti; la romagnolità diversa e fedele di Beltramelli, Serantini e Spallicci; e, di traverso, anche la sparsa frusaglia di Tombari e il raccolto sentire di Guerra».
Sul filo di questa limpida appartenenza ad una terra che la letteratura rivendica diversa, Pasquini intratteneva, entro e fuori i confini di essa, rapporti con quanti egli riusciva a compromettere in una sorta di una lunghezza d'onda fatta non solo di valori ed affetti, giudizi e pensieri, ma anche di valutazioni ed apprezzamenti sul mondo e i suoi fatti che, a dispetto di tutti, ci passano sopra la testa.
Se l'intendeva con Ugo Ojetti, al tempo della direzione del «Corriere», con Orio Vergani, con Alfredo Panzini, il suo maestro. Se l'intendeva con Paolo VI, grazie alla complicità del medico vaticano dott. Piazza. Si capiva con Cesare Angelini, lo studioso manzoniano, con Giuseppe Prezzolini al quale lo legava una amicizia intensa tessuta su cartoline postali fitte di confessioni, con Marino Moretti che giudicava il più grande. Se l'intendeva con Mussolini ch'ebbe l'avventura di ricevere alcune volte: non c'entrava il fascio ma la casuale, solita storia della Romagna. Se l'intendeva, a modo suo, con Federico Fellini che amava e criticava con pari ardore; se l'intendeva con i direttori dei giornali sparsi per l'Italia che pubblicavano i suoi elzeviri che poi, in fondo, non erano che gli appunti fedeli di una memoria eccezionale che ricostruiva incontri, amicizie, dialoghi, esperienze, vita vissuta insomma.
Se l'intendeva con Roberto Gervaso, al tempo del «Cagliostro», con Giuseppe Longo, lo scrittore delle visite settembrine a Vergiano, con Max David, per via del tribunato di Romagna, con Cappelli che pubblicava i suoi libri, con Leonardo Borgese col quale si trovava a rimpiangere l'arte d'un tempo.
Nonostante questo intrecciarsi generoso di appuntamenti epistolari ed incontri con chi conta, rimaneva legato alla sua Rimini che col pennello ritraeva inventandola continuamente. Rimini e la Romagna hanno perso il loro fedele cronista. E ci fermiamo qui: a un granatiere le troppe parole disturbano.
Silvano Cardellini

(Il Resto del Carlino - Carlino Romagna, 22/03/1977)




 

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