Prosegue il viaggio nella scrittura di Silvano Cardellini.
L'articolo "La morte di Jacopucci: una triste fatalità?", fu pubblicato nel luglio del 1978, all'indomani della scomparsa del pugile Angelo Jacopucci, morto in seguito alle conseguenze di un incontro valido per il titolo europeo dei pesi medi.
Cardellini affronta una vicenda che colpì profondamente la comunità locale e il mondo dello sport scegliendo una strada lontana sia dalla retorica sia dal sensazionalismo. Attraverso le testimonianze di dirigenti, tecnici e protagonisti dell'ambiente pugilistico, prova a comprendere che cosa quella tragedia significhi per uno sport improvvisamente chiamato a interrogarsi su se stesso.
Più che cercare risposte semplici, il giornalista mette in fila domande, dubbi e responsabilità, restituendo al lettore la complessità di un dibattito che allora coinvolse l'intero Paese. È un tratto distintivo della sua scrittura: partire dalla cronaca per allargare lo sguardo alle questioni di fondo che attraversano una comunità.
Riletto oggi, l'articolo conserva intatta la sua forza. Non solo come testimonianza di una pagina dolorosa della storia sportiva italiana, ma come esempio di un giornalismo rigoroso, misurato e profondamente rispettoso dei fatti e delle persone.
L’articolo fa parte della selezione di otto post proposta dalla Biblioteca Gambalunga nell'ambito della campagna "Rimini, una botta d'orgoglio", promossa dal Comune di Rimini per ricordare, a vent'anni dalla scomparsa, una delle voci più autorevoli del giornalismo riminese.
Buona lettura.
Le reazioni a Rimini sul tragico match di Bellaria
LA MORTE DI JACOPUCCI: UNA TRISTE FATALITÀ?
Rapida inchiesta negli ambienti pugilistici locali - Parlano i pugili Righetti, Montanari, Ferri, Rodriguez, Corbari
Rimini è città con vecchie tradizioni pugilistiche. Nell'albo d'oro dei titoli italiani o internazionali di molte specialità (peso gallo, mosca ecc.) figurano i nomi quasi leggendari di Aroldo Montanari, Alfredo Negrini, Edelweiss Rodriguez, Libero Missirini, Benito Totti.
Taluni hanno riportato medaglie prestigiose alle Olimpiadi consolidando, nel contempo, la gloria della scuola locale della «Libertas». Alfio Righetti, che in settembre si batterà in Usa per il titolo mondiale dei pesi massimi, è l'attuale prima stella della boxe riminese. Gli fa da spalla Angelo Piras, peso welter, olimpionico a Montreal.
Sulla scia di questa tradizione che si alimenta nella passione e nel tifo di molti, la costa diventa, nel corso dell'anno, sede di frequenti e non anonime manifestazioni pugilistiche.
La triste e inquietante vicenda umana e sportiva di Angelo Jacopucci, che ha avuto il suo prologo sul ring estivo di Bellaria, non poteva che destare con viva emozione la città. Bella aria è vicina e il dramma si è consumato sotto gli occhi di tutti. Una amara vicenda vissuta in presa diretta senza la mediazione di cronache lontane.
Nei giorni (come ogni volta in analoghe circostanze) è scoppiata la polemica. Taluni parlano di tragica fatalità, altri ombreggiano responsabilità di qualcuno, altri ancora si chiedono se la boxe non sia da abolire, altri infine rilevano che questa è la «nobile arte»: una specialità sportiva che va presa com'è pur con tutte le preoccupazioni possibili.
Alfio Righetti: «Mi dispiace per quello che è successo. Jacopucci era normalissimo sul ring. Non è vero che l'accoppiata con Minter fosse scorretta perché fino alla 12ª ripresa Angelo ha fatto vedere come se la cavava. Non vedo la responsabilità di alcuno. Minter era conosciuto per un pugile forte e non per un massacratore. Sopprimere la boxe? Vi fosse qualche sport che non conti una qualche fatale vittima? Si rimane male quando succede ma queste cose non puoi continuare ad amare questo sport e si sale sul ring sempre con la speranza che non si ripetano».
Giorgio Montanari è un organizzatore riminese di incontri: «Si tratta di cose che purtroppo possono succedere. Certo si sapeva che Jacopucci non era a certi livelli, non era tanto attrezzato per sostenere Minter. La tragica fine di Angelo ripropone forse il problema di stare più attenti negli accoppiamenti più prudenti nella scelta degli avversari».
Edelweiss Rodriguez è un arbitro di boxe. Suo padre è stato un grande. Dice: «Nessuno poteva prevedere un fatto del genere e nessuno può essere attribuita una qualche responsabilità. Non cominciamo a dire di abolire la boxe perché allora bisognerebbe sopprimere ogni sport. Forse è meglio limitarsi a suggerire una migliore regolamentazione della disciplina».
Il dott. Mario Ferri è un altro noto organizzatore riminese di manifestazioni pugilistiche: «Jacopucci aveva inoltrato la sfida al titolo europeo e l'organizzazione boxistica gli aveva scelto come avversario Minter. Spagnoli e Sabatini avevano visto l'asta per l'incontro. Forse il pronostico era scontato a favore dell'inglese ma Jacopucci aveva dimostrato di poterlo mettere dando diversi venti da altre occasioni, il tutto si è svolto alla 12ª. Basta guardare le cronache a caldo dei 25 inviati speciali: sono tutti entusiasti per Jacopucci che peraltro subito dopo l'incontro era stato visitato dal medico federale. Adesso, soprattutto quelli che non hanno visto l'incontro ragionano col senno di poi. Non mi sembra giusto. A Roma, Spagnoli e Sabatini sono ancora sbigottiti».
Il dott. Enzo Corbari, medico del pronto soccorso dell'Ospedale di Rimini, è da sempre il sanitario di fiducia di squadre sportive e spesso incaricato a fare il medico di servizio in manifestazioni pugilistiche: «L'emorragia di Jacopucci è un fatto medico che può capitare. Non sono per aprire un processo al boxe. Semmai devo rilevare la poca attenzione che viene rivolta agli aspetti medici negli incontri di pugilato. Dopo un incontro del genere Jacopucci, ma è il caso di tutti i pugili vittime di ko, non devono essere messi nelle condizioni di rilasciare interviste, andare a mangiare ecc. Se, facciamo l'esempio, una persona sbatte la testa contro il muro e viene al pronto soccorso è sottoposto ad una certa assistenza. Non vedo perché dovrebbe essere diverso per un pugile. Negli stadi o nel palazzetti dello sport ci sono camere di rianimazione o infermerie mobili. Nella boxe, il fatto medico invece è un po' trascurato. È poi incomprensibile la disposizione del regolamento secondo la quale il medico può intervenire solo su richiesta dell'arbitro. La tragica fine di Jacopucci appare destinata a reggere le cronache ancora qualche giorno con polemiche che si aprono e si chiudono. Intanto la federazione boxe ha aperto una inchiesta e il caso è passato il competenza alla procura della Repubblica di Bologna. Per il pugile è morto.»
s.c.
(Il Resto del Carlino - Cronaca di Rimini, 23 luglio 1978)

